Misteri Tecnologici, articoli di Roberto Malini

Le pile di Baghdad

Presso il Museo delle Antichità di Baghdad, in Iraq, sono custoditi alcuni oggetti antichi di 2/3.000 anni, riconoscibili come batterie a secco costruite secondo il principio galvanico. Lo sperimentatore americano Willard Gray costruì qualche tempo fa batterie identiche a quelle e ne constatò il perfetto funzionamento. Alcune delle pile di Baghdad contengono elettrodi in rame; furono ritrovate nei dintorni dell’attuale capitale irachena. Oggetti simili, di maggiori dimensioni, furono rinvenuti da spedizioni archeologiche anche presso siti risalenti alla civiltà dei Parti. Lo storico ed ingegnere statunitense Sprague de Camp e molti studiosi ritengono probabile l’uso di energia elettrica in tempi precristiani. L’enigma è: come poterono quei popoli progettare apparecchi così lontani dalla loro realtà storica? Gli assertori della preastronautica non hanno dubbi: le batterie furono uno dei tanti doni -o insegnamenti- offerti ai nostri antenati da una civiltà aliena. E’ tuttavia possibile che, nell’àmbito di una particolare operazione magica di natura alchemica, fosse previsto il compimento di un rituale attraverso l’unione di metalli diversi. Del resto, la chimica -una scienza esatta- non fu precorsa dall’alchimia, consistente in una serie di operazioni fisiche, metafora di una trasformazione dello spirito?

Proiettili preistorici

Nel Museo Paleontologico di Mosca è conservato un cranio di bisonte riportante sulla parte frontale un foro perfettamente circolare, simile a quello di un proiettile. Presso il Museo di Storia Naturale di Londra è custodito il cranio di un ominide con un foro nella zona temporale identico a quello del bisonte russo. I due reperti sono databili, come minimo, 3.000 a.C. L’ipotesi extraterrestre, confortata dalle indicazioni di patologi legali, è che durante la preistoria gli alieni avrebbero visitato molte volte il nostro pianeta e, in alcune occasioni, spinti dalla necessità (o al fine di mettere sulle loro tracce gli archeologi del futuro), avrebbero fatto uso delle loro armi. Un’analisi improntata alla razionalità non può escludere che i nostri progenitori abbiano effettuato con strumenti semplici, forse per fini rituali, raschiamenti attorno ai buchi aperti su quei crani dopo averne asportato la materia cerebrale. Da quella lenta operazione di lima sarebbe così derivata la perfetta circolarità dei fori.

Il computer di Antikythera

Non lontano dalla costa di Antikythera, isola dell’arcipelago greco, alcuni pescatori di spugne scoprirono nel 1900 il relitto di una nave affondata intorno al I secolo a.C.

A bordo furono trovate statue in marmo e bronzo, manufatti e uno strano oggetto coperto di incrostazioni marine. Ripulito accuratamente, l’oggetto si rivelò composto da una lastra bronzea riportante simboli geometrici ed iscrizioni e da oltre quaranta rotelle. Esaminato dall’archeologo Valerios Stais, dal fisico Derek J. De Solla Price e da altri esperti, esso si rivelò una sorta di macchina calcolatrice astronomica dotata di una precisione quasi assoluta. Ufologi e studiosi di preastronautica sono sicuri che si tratti di una macchina donata agli uomini da visitatori non terrestri oppure dell’imitazione fatta da mani umane di un modello di "computer" alieno. Ruote magiche ed astrologiche sono tuttavia menzionate da molti testi antichi; esemplare "L’incantatrice" di Teocrito. Si potrebbe dunque vedere nell’oggetto misterioso di Antikythera uno strumento usato dagli astrologi per oroscopi ed altre previsioni.

Il robot di Bogotà

Gli antichi Egizi erano in grado di creare uccelli meccanici capaci di cantare melodiosamente. In tutte le civiltà antiche i fabbri abbinavano alla capacità manuale doni divini. Diverse forme di automi compaiono nelle differenti mitologie. La civiltà ebraica tramanda da tempi lontanissimi la leggenda del Golem. Gli alchimisti medioevali tentarono di animare ciò che non ha anima, di creare l’homunculus. Un mistero davvero affascinante circonda un oggetto antico conservato presso la Banca Centrale di Bogotà, in Colombia. Il suo aspetto ricorda indubbiamente quello di un robot e ci si aspetterebbe di vederlo più in un vecchio film di fantascienza che in un deposito di antichità. L’arte delle civiltà precolombiane si avvaleva tuttavia di forme e simboli assai differenti da quelli in uso presso le civiltà euroasiatiche. Divinità come il Dio del Bastone delle Ande centrali o l’Azteco Tlaloc hanno, ai nostri occhi, un aspetto ‘alieno’, così come certi glifi e decorazioni. Di conseguenza, è possibile che il ‘robot’ di Bogotà altro non sia che la rappresentazione di un essere divino realizzata dalla mano di un artista appartenente a una civiltà che ancora oggi fatichiamo a comprendere.